Sabina & Sergio
Sergio Amatruda

Sergio Amatruda

PROF.SSA CANDIDA CICCONE

Sergio Amatruda, pittore foggiano, opera ispirandosi – a nostro avviso – alla corrente della Pop Art. Come Andy Warol, ama rappresentare nelle sue opere il soggetto del paesaggio urbano, non nella sua “qualità” quotidiana, ma nell’uso che se ne fa e nel consumo di oggetti “popular”, consueti, familiari, tanto familiari da restituire agli oggetti stessi una sorta di visibilità e nel contempo, costruendo una specie di mitologia del banale, con relativo rimando all’assenza del principio di realtà.
Esprime una specie di distacco umano, un gelo quasi, giocando sulla gamma dei marroni, neri e ocra, colori caldi freddi che danno vita a forme indifferenziate, senza carattere, omologate nella loro struttura emersa dall’imprinting” dell’industria legata alla catena di montaggio. Macchine, autobus, insegne luminose accecanti sono i soggetti preferiti che l’artista osserva con distacco e che impone al proprio sguardo, che non vuole a sua volta essere coinvolto se non strumentalmente dall’oggetto.
Sergio Amatruda, usa l’oggetto, ma non si fa ammaliare dalla sua estetica, così facendo anche la sua arte diventa merce d’uso, quasi in analogia col mondo “cose” che costituiscono il nostro paesaggio abituale. Operazione questa che svuota di contenuto anche i modelli “alti” della cultura, compreso il modello generale dell’arte e dell’artista. Il tutto per ottenere una voluta percezione “media” della realtà.
Nel linguaggio dell’ etica americana, che fa capo al pragmatismo di tipo anglosassone, misto all’idea puritana dell’oggetto, inteso come una concretizzazione del mito del lavoro, non v’è posto per una distinzione tra arti maggiori e arti applicate, tant’è che proprio in questo contesto, Andy Warol si affacciò con la sua novità, scelse come soggetti delle sue opere miti di massa quali Marilyn Monroe, Liz Taylor, Jackie Kennedy e fece così proprio del suo lavoro un mito di massa, compatibilmente con la possibilità di un medium come l’arte stessa.
Come i suoi colleghi d’oltreoceano, Sergio Amatruda, non ci parla di oggetti o persone ma di immagini, di simulacri delle cose e della realtà esaspera l’immagine, la spossessa di qualsiasi riferimento, cancellandone storia, sentimenti, pensieri e il tutto per riproporla sotto forma di pura immagine di consumo.
La storia narrata dalla pittura del nostro artista è quella dello sfrenato consumismo, che arrivò in Europa dall’America negli anni ’60 e del quale noi italici ci invaghimmo, creando il nostro “boom economico” e non valutando che l’operazione necessitava di scelte politiche ed economiche precise, che dovevano tener conto delle posizioni differenti e divergenti. La cattiva interpretazione di questa chimera è stata descritta ampiamente da Pier Paolo Pasolini nelle superbe pagine degli” Scritti Corsari” in riferimento “all’omologazione” culturale operata dalla civiltà industriale esistenzialmente vissuta”.
L’artista foggiano, a guisa di un anatomopatologo, analizza ogni particolare dell’oggetto, il corpo da sezionare nella sua interezza è la città, o meglio la metropoli, in una parola la malattia che affligge l’uomo. Centri urbani e periferie sono visitate dall’artista con distacco e prevalentemente, in una visione notturna, ovunque macchine che mangiano lo spazio usurpandolo all’uomo, che disperatamente cerca una zona di sopravvivenza, lo spazio urbano manipolato ad arte-si fa per dire – è adibito solo e unicamente alla risoluzione di situazioni pragmatiche.
“Nessuno è indispensabile, tutti sono sostituibili” così recita l’adagio del capitalismo compradoro, che ha portato l’uomo alla disumanizzazione che ormai l’investe. L’occhio del “Grande Fratello” di Bradbury sorveglia e controlla ogni mossa dell’omuncolo privato della sua dignità e ridotto a numero, costretto peraltro a essere servo sciocco del potere, il quale oltre al suo abituale lavoro di spersonalizzazione delle masse, cerca di riciclare denaro sporco delle mafie ei suoi adepti non hanno più la “coppola” e la “lupara “, ma si laureano ad Oxford e, tra una faccenda e l’altra, si cura di lasciare in carcere migliaia di persone in attesa di giudizio, oppure di dimenticare pinze nelle pance degli ammalati, senza tralasciare di fare elettroshock ai così detti “pazzi” oppure, a lasciarli morire bruciati vivi nei loro letti di contenzione, nel frattempo, un po’ di tortura per i dissidenti e una bella pena di morte in diretta non ce la toglie nessuno. Dopo aver inquinato mari e monti e aver fatto scoppiare l’ atomica, tanto per gradire, gli uomini che governano la macchina del potere e i loro servi si organizzano per l’estate. Viaggi del turismo del sesso, tant’ è che con pochi dollari ci si compra una bambina.
Le tele di Sergio Amatruda hanno questo sottotitolo, sono dipinte prevalentemente ad olio, misurano mediamente 100×80 spazio che gli è sufficiente per descrivere l’orrore. Andy Warol del periodo dei “Disastri e Incidenti” sarebbe stato contento di lui. Al di là della fame nel mondo, dell’Africa che sta morendo di Aids, dell’America Latina che sta morendo e basta, dei pedofili che si vogliono costituire in partito, si spera che qualcuno, come Montag di “Farenheit 451” di Ray Bradbury, si ribelli e memorizzi i testi della saggezza antica, proibiti ovviamente dal Potere, e sappia conservare per l’Umanità del futuro, se mai ce ne sarà una degna di questo nome, il Fuoco della Conoscenza. E’ un finale troppo scontato?

PROF. DAVIDE LECCESE

Sergio Amatruda e Sabina Lops, marito e moglie, mettono in mostra le loro opere pittoriche nello spazio espositivo di Palazzo Dogana, sede istituzionale dell’Amministrazione Provinciale di Foggia. Non è la solita esposizione; almeno non lo è per la novità della simbiosi artistica, pur nella diversità di composizione pittorica, pur nell’originalità individuale del modo di avvicinarsi all’impalcatura delle immagini. Ma sono marito e moglie, padre e madre che vivono in comunità familiare la passione autodidatta di confrontarsi con la voglia misteriosa di creare – o ricreare – spazi urbani (Sergio Amatruda) o volti (Sabina Lops), sagome a tutta scena di quell’umanità vissuta – famosa o sconosciuta – che ci attraversa la vita, siano luoghi di città siano soggetti umani. Non è vero che i pittori sono gelosi delle ragioni profonde che li spingono a metter colori su una tela; è vero, invece, che, quando ne parlano con chi è “fuori” della loro meravigliosa avventura, smozzicano parole, sintomo dell’impronunciabile mistero estetico che è in ognuno di noi, che lo si sappia o si faccia finta di non saperlo. Le case, le strade, le insegne dei quadri di Sergio Amatruda, lo stesso color terra macchiata e imbrunita dalla notte e arruffata dal via vai frenetico di una vita senza il respiro della sempre agognata pace interiore nel guscio caldo e affettuoso della “casa”, ci portano a un groviglio urbano tanto crudo da essere indigeribile o tanto cotto da essere il residuo di un pasto, preparato per il primo che passa nell’avventura culturale di cliché. Eppure è viva la città della notte, silenziosamente parlante a chi si pone davanti a questi quadri con la voglia di ascoltarli e chiede di non fuggire dalla realtà freddamente perfetta che ci circonda ma di riempirla di anima onesta e pulita di chi ha voglia di tornare a casa. Entri in casa e, nello specchio degli occhi dei tuoi figli, scorgi a tratti il mondo che vorresti oppure – angosciato – quel mondo “altro”, tutto dentro, della sofferenza per lo spreco di lealtà, per l’abbandono del rispetto umano, per il consumo – attraverso la notorietà – della persona normale che eravamo prima che ci usasse il mercato. E’ una guerra continua; guerre dichiarate e guerre bugiarde, camuffate dalla diceria di una futura pace contro i presenti nemici. Le braccia del soldato, strette a proteggere una giovane vittima, sono le stesse che sono costrette ad accollarsi, con le armi, l’angoscia della morte. E gli occhi: nei volti di Sabina Lops, se a tratti si spalancano per gridare la paura o la tristezza, sempre guardano o voi o lontano per scrutare la pulizia che c’è nel mondo, perché c’è e non lo vogliono far sapere (quelli che muovono i rotori delle città e rimescolano artatamente le nostre coscienze) e quell’orizzonte che si rifiuta di essere troppo corto quanto lo è ogni soffocante barriera egoistica dei soliti padroni del forziere della buona esistenza. Siamo andati forse di là dalle tele ma è giusto così: Sabina e Sergio non hanno alcuna presunzione di rimanere attaccati alla superficie del muro che oggi sorregge le loro opere perché, questo sì, desiderano che i loro quadri diventino fantasia benefica da esportare tra le strade della città e nelle pieghe della mente e del cuore di chiunque volontariamente, o per caso, verrà in questo spazio espositivo. Sarà un furto consentito, un’appropriazione non indebita. Se questo avverrà, secondo il desiderio dei due artisti, alla chiusura della mostra i quadri trasuderanno della passione positiva di vita di cui tutti, consapevoli o non consapevoli, siamo testimoni obbligati.

PROF. GIOVANNI LEMBO

Tagli di luce, di fari, di quarzi sottolineano la solitudine metropolitana, dove regna un silenzio di meditazione, è lo scenario preferito per rappresentare la linea di confine tra l’attuale civiltà ed il desiderio di nuove partenze, di nuove speranze. La pittura si Sergio Amatruda è segnata da un ossimoro : l’urlo del silenzio, un silenzio di meditazione umana, sospensione del pensiero individuale e collettivo. Un silenzio che prelude al nihilismo o che da quella consapevolezza è generato. Un’artista carico di messaggi, interiorità e sentimento, c’è nostalgia profonda di ciò che fu delle atmosfere di un tempo e della loro semplicità. Nei suoi dipinti i soggetti sono essenziali, la sua arte schiva di raggi tecnici, o riempitivi scenici, crea un lirismo che suggestiona e coinvolge. Lui per primo, dipingendo, si arricchisce e trasmette le proprie emozioni a chi poi osserva i suoi lavori. Si resta colpiti dall’atmosfera carica di consapevolezza dell’essere che alla fine ogni quadro pare un racconto di vita. Un breve flash, con caratteristiche sia da favola che di realtà, una magia emozionale e geometrica, dove soggettivo ed oggettivo diventano estremi espressivi, attraverso cui l’artista cerca di dar voce ai propri pensieri.

BEPPE PALOMBA – CRITICO D’ARTE
Una sorta di realismo magico che evoca odori, rumori, brusii di una umanità che popola quell’ora in bilico tra realtà e fantasia, quell’ora in cui ci si affretta verso casa o verso il caldo umidore di un bar in quel momento sospeso in cui la notte non è ancora padrona dei destini della città. Al di là di tecnica e capacità pittorica, con un piede nel territorio della poesia.